I media: dei taxi che trasportano l’umore delle generazioni

I media: dei taxi che trasportano l’umore delle generazioni

L’uomo è ciò che mangia, diceva Feuerbach, padre del materialismo contemporaneo. E se noi dicessimo: “l’uomo è la lingua che parla”? A conti fatti se questo fosse vero oggi non sarebbe granché entusiasmante. Almeno per l’Italia e gli italiani.

E’ indubbio che in Italia, ma non solo, vi sia un cronico ricorso al grido e alla logica dell’invettiva, una gara a chi urla più forte per adulare le pance arrabbiate e accarezzarle con calibrate dosi di populismo.

All’aggressività verbale, che sta contaminando il Vecchio Continente così come gli States, corrisponde poi una costante esaltazione dell’incompetenza, figlia naturale di volute strategie di comunicazione che perseguono in tutti gli ambiti la logica del “one-fit-all”: assecondare la massa per abbassare il  livello generale.

Ecco quindi l’insofferenza verso “i professoroni” e l’elogio dell’improvvisazione. E se capita di fare gaffe, beh, significa che chi le fa non appartiene ad una classe acculturata o, meglio ancora, ad una “elite radical chic”, termine oggi tornato molto di moda.

 

Ma come evolve la lingua?

Aristotele, per spiegare la differenza tra Atto e Potenza, poneva la questione: “E’ nato prima l’uovo o la gallina?”. Giocando a fare i linguisti (e non me ne abbiano gli amici che fanno questo di mestiere, con mia grande invidia) ci potremmo per esempio chiedere: pesa di più l’autorevolezza dell’Accademia della Crusca oppure l’uso parlato della lingua stessa? Si sa che è l’uso a fare una lingua e che la lingua per sua natura è viva ed in continua evoluzione, frutto di contaminazioni e di mode.

In Italia, a conti fatti, la vera lingua italiana, intesa come collante sociale, nasce con l’avvento della televisione a partire dalla seconda metà degli anni ’50. I media hanno infatti un ruolo di assoluto primo piano nella diffusione delle tendenze in uso. Sono, in un certo senso, dei taxi che trasportano l’umore delle generazioni, ne intercettano i trend e, grazie anche alla pubblicità, ne amplificano effetti e risultati.

Nella nostra “società liquida” vale ancora questo. Anzi, tutto ciò è fortemente amplificato dall’uso massivo dei social network. L’invettiva e le parole gridate, tipiche di alcuni talk show televisivi o di certi programmi pomeridiani, trovano nelle piazze virtuali un habitat senza pari dove poter amplificarsi e contaminare, indipendentemente dal valore del contenuto o dalla sua veridicità.

Che sia forse giunto il momento di domandarsi se serve un’etica della comunicazione?

Probabilmente chi sostiene che il mercato si auto regola grazie ad “una mano invisibile”, sosterrà anche che la Rete e il flusso dei contenuti e delle informazioni si auto-selezionano in base a “like” e autorevolezza.

Forse bisognerebbe prendersi un secondo in più e pensare al peso effettivo che una parola, detta o scritta, porta con sé. Ma si sa, la logica dei social privilegia immediatezza e rapidità, senza badare troppo alle conseguenze. Su questo c’è chi ci gioca e chi ci casca.

A volte però “lento” può essere bello. E la Bellezza, con la “B” grande, contamina ed eleva.

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